Samuel John Porter

Da sociologo a odontotecnico

Laureatomi con un 110 in Sociologia il 10 dicembre del 1975, mi iscrissi poco dopo a Medicina e Chirurgia. Era l’ultimo giorno utile: per chi si laureava all’epoca, i termini d’iscrizione erano prorogati fino all’ultimo giorno dell’anno. Fu così che la mattina di mercoledì 31 dicembre, quasi fuori tempo massimo, passai a una macchinetta automatica a fare le fotografie, e poi di corsa alle segreterie dell’Università “La Sapienza” coi moduli di conto corrente postale già pagati, per iscrivermi.
Ma immediatamente dopo la Befana iniziava il mio apprendistato da odontotecnico presso il laboratorio interno allo studio dentistico di mio zio Loris Ruffa, in via del Corso a Roma, quaranta passi dopo il cinema Metropolitan (venendo da piazza del Popolo), sull’altra mano.
Mi tuffai nella nuova avventura che durò un anno e mezzo. Arrivai a lavorare sette giorni su sette. Ero il primo ad arrivare a studio e l’ultimo ad andarmene, più il sabato e la domenica. Emanuela, la mia ragazza dell’epoca arrivò a minacciarmi di lasciarmi, dicendomi “Tanto non ti vedo mai lo stesso!”.
In tal periodo, e non ricordo neppure come, riuscii a preparare l’esame di Biologia e a passarlo. Ma fu il solo esame, perché non avevo neppure il tempo di respirare.
Dopo quasi un anno in studio, mi passò vicino zio Loris e mi pungolò “Allora, li stai dando questi esami?”.
Protestai che ero super impegnato in laboratorio, ma zio Loris non ascoltò ragioni “Muoviti! Io al mio tempo me li divoravo gli esami!”.

Sarà pure stato così (se li affrontava come faceva con le donne!), ma un giorno che raccontai il pezzo a zia Licia, mi fu svelato l’arcano cui non avevo pensato. Il tempo degli studi di Medicina si svolse, per zio Loris, durante la guerra. Zia Licia mi informò che a dare gli esami ci andava in divisa da sottotenente: l’occhio di riguardo dei professori era perciò assicurato. Non vorrei però apparire malevolo: è possibilissimo che si meritasse di passare gli esami, perché vitalità e intelligenza non gli mancavano.

Fatto sta che, a quel mio ritmo di lavoro e di apprendimento in laboratorio, non riuscivo per nulla a concentrami nello studio teorico sui libri.
Un giorno in studio, zio Loris se ne tornò alla carica in un altro modo. È chiaro che, amorevolmente a suo modo, si preoccupava del mio futuro. Mi venne vicino e cominciò a dirmi: “Caro Sammy, tu ti stai impegnando molto, ma il lavoro dell’odontotecnico non regala facili guadagni (devo dire che zio Loris, pur molto umano, c’aveva un po’ la fissa di fare i soldi). E poi diventare un odontotecnico di successo è da pochi: bisogna insomma essere dei Benvenuto Cellini, dei veri cesellatori, per mettere arte e bellezza nelle protesi che si costruiscono”.
Fin qui ascoltavo attento, anche se il contenuto e tono del discorso non mi rallegravano: in fondo mi stava delicatamente dicendo che in me non vedeva un Benvenuto Cellini!
E neanche un brillante futuro da odontotecnico.

In sei mesi? … una lumaca?

Ma zio Loris aveva pronta la … soluzione di ricambio, e subito – quasi a rincuorarmi – aggiunse: “Prenditi svelto questa benedetta laurea in Medicina; così poi in sei mesi diventi un bravo dentista e ti sistemi nella professione”.
Quella volta trasecolai. Non per lo sprone a laurearmi in Medicina, ma per sentirmi dire che in “sei mesi” potevo diventare un bravo dentista. Per quanto stimassi mio zio Loris, non gli credetti neppure per un istante. Non solo perché dubitai che a chiunque potessero bastare sei mesi (e i successivi decenni di professione me lo confermarono), ma perché sapevo di essere un lento, un bradipo, una lumaca. Queste mie qualità, apparentemente negative, vedremo che si sono poi volte a mio favore riuscendo diventare “un bravo dentista”.

Però, zio Loris, con quelle parole mi aveva ridato un forte impulso a studiare Medicina. Fu così che decisi di abbandonare l’apprendistato come odontotecnico per tuffarmi seriamente a tempo pieno nello studio per il corso di laurea in Medicina e Chirurgia.
Prima della decisione fui titubante per un attimo. Mi chiesi se, alla “vetusta” età di 28 anni, sarei stato effettivamente capace di rimettermi a studiare con la costanza e la forza e la chiarezza di mente dei miei 18 anni (e ora, all’età di 68 anni, mi vien da ridere a quel pensiero: perché ora più studio e meglio mi sento in salute!).

In potente soccorso arrivò la mia cara zia Ada, praticamente la mia seconda madre.
Da poco si era trasferita da Roma a Formia, in uno degli appartamenti della Villa paterna. Mi ospitò a Formia per tre anni: vitto e alloggio assicurati, dovevo solo impegnarmi nello studio. Passai l’estate del 1977 a ricaricarmi: mare, bagni, nuoto, vela, comitiva sulla spiaggia. Inizia a praticare Yoga che mi avrebbe giovato tantissimo, contribuendo alla mia tenacia a perseguire l’obiettivo.
Avevo deciso che le vacanze finivano il 31 agosto.
Arrivò il momento.
Alle ore 4:00 del 1° settembre, mi alzai, mi lavai viso e collo e braccia e dorso con l’acqua bella fredda per ben svegliarmi. Praticai un’ora di Yoga in camera mia, poi mezz’ora di meditazione.
Alle 5:30 andai in cucina, feci colazione.
Alle 6:00 in punto ero seduto alla scrivania col libro di Fisica aperto di fronte a me; e sapeva di non avere scampo: dopo 20 giorni sostenni e superai l’esame.

Un piano strategico

Avevo già deciso tutto un piano strategico.
Su un grande foglio bianco cartonato avevo scritto sul lato verticale i nomi delle materie da studiare, sul lato orizzontale avevo segnato il momento in cui iniziavo a studiare ogni materia, e un tratto colorato (un colore diverso per ciascuna materia) percorreva i giorni futuri di studio, terminando nel giorno d’esame: tenevo così sott’occhio il “campo di battaglia”. Come un generale sulle alture.
Sarò stato pure un lento, ma vinse il metodo (gutta cavat lapidem): proseguii con un ritmo che mi permise di superare tutte le materie del primo triennio nel tempo di due anni e mezzo e con un surplus di due esami complementari.
Il ritmo, estate o inverno che fosse, era:
• Sveglia e lavaggi freddi 4:00 (a volte alle 3:30)
• Yoga 4:15 ÷ 5:00
• Meditazione 5:00 ÷ 5:30
• Colazione 5:30 ÷ 6:00
• Inizio studio sui libri 6:00 ÷ 10:00
• Break con merenda 10:00 ÷ 10:30
• Ancora studio sui libri 10:30 ÷ 12:30
• Pranzo 12:30 ÷ 14:00
• Pennica pomeridiana 14:00 ÷ 15:15
• Caffè per svegliarmi 15:15 ÷ 15:30
• Ancora studio sui libri 15:30 ÷ 17:30
• Break con tè e biscotti 17:30 ÷ 17:45
• Ancora studio sui libri 17:45 ÷ 20:00
• Cena e un po’ di TV 20:00 ÷ 21:30
• 21:30 A dormire con le galline.
Da capo alle 4:00.

In tutti quei mesi frequentai una sola lezione nell’insegnamento biennale di Fisiologia Umana, tutto il resto fu studio sui libri. Però frequentai la clinica al letto dei malati, per integrare lo studio della Patologia Speciale Medica.

Fai il concorso! Potenza di una tradizione.

A Formia c’era, dei quattro, l’altro mio zio dentista, Ugo Ruffa, il suo studio dentistico stava, e sta tutt’ora, al piano rialzato di via Tommaso Costa 16 a Formia. In momenti di pausa dalle cure ai pazienti mio zio Ugo iniziò a dirmi: “Fai il concorso per passare da Medicina a Odontoiatria, appena aperta; tu vuoi fare il dentista, dunque prenditi direttamente la laurea in Odontoiatria e protesi dentaria”. Recalcitrai, risposi a mio zio che non credevo a un concorso senza trucchi e che, non avendo io santi in paradiso, era inutile andassi a perder tempo “facendo finta” di concorrere; e non andai.
L’anno dopo mio zio Ugo tornò alla carica “Fai il concorso … passa a Odontoiatria!”. Insomma, per togliermi di torno l’insistenza di zio, andai a sostenere il concorso, che … vinsi, e così feci il passaggio dal corso di laurea in Medicina a quello in Odontoiatria.
Odontoiatria, primo corso di laurea in Italia con obbligo di frequenza, fu per me tutta in discesa: avevo già sostenuto a Medicina tutti gli esami di base e mi restavano praticamente solo gli esami specialistici.
Perché “tutto in discesa”?
Perché, anche se gli studi universitari sono stati ovviamente imprescindibili per la mia formazione, avevo succhiato Odontoiatria fin dal latte materno: mio nonno, Antonio Ruffa, aveva appreso la professione ai primi del ‘900 dal prof Vincenzo Guerini (“Tuttora considerato il più grande dentista italiano di tutti i tempi”, Zampetti, in Storia dell’Odontoiatria). Nonno Antonio ebbe nove figli, e i quattro maschi – Aurelio, Lucio, Loris, Ugo – seguirono tutti la professione del padre.
Zio Aurelio (era del 1905) fu anche, negli anni ’30, direttore di uno dei reparti dell’ospedale odontoiatrico G.Eastmann di Roma.
Mio padre, come rivela il mio nome (Samuel John Porter), era inglese. Sono nato a Roma. Misi piede sul suolo inglese il 26 giugno 1952, giorno del mio terzo compleanno. Vivemmo a Londra per due anni e mezzo. In quel periodo mia madre ebbe un problema a un dente e dovette farsi visitare da un dentista inglese. Quando aprì la bocca e quel dentista vide i lavori ai denti che mia madre aveva, ne rimase affascinato dalla perfezione e non poté trattenersi dal chiedere chi fosse il dentista che l’aveva curata. Mia madre rispose tranquillamente che erano cure fatte dal padre e dal fratello maggiore Lucio.
Solo al vedere e sentire questo, quel dentista offrì seduta stante a mia madre il lavoro di assistente. Al raccontarlo mia madre, Clelia, ci rideva ogni volta di gusto, commentando: “Io non avevo mai lavorato in studio dentistico: e che (!) c’avevo la scienza infusa solo perché figlia e sorella di dentisti?!” e giù ancora a ridere allegra.
Ad aprile 1986 conseguii la laurea con lode in Odontoiatria e dopo circa un mese, con una trentina di colleghi del corso di laurea, sostenni l’esame di Stato (senza il quale non sei abilitato alla professione e non puoi iscriverti all’Ordine dei Medici-chirurghi e degli Odontoiatri). L’ultimo professore che mi interrogò non mi conosceva, perché era di coloro che non ci avevano mai tenuto un insegnamento.
Al termine di questa prova finale, questo professore mi fissò silente e abbozzò un inizio di frase “… ma Lei …?”.
Gli diradai il dubbio che l’interrogativo poneva, rispondendo:
“Si … io vengo da una famiglia di dentisti: nonno e quattro zii, di cui uno, Aurelio Ruffa, fu direttore di un reparto qui dell’Eastmann)”. Da anni ero dietro alle spalle di mio zio Ugo (e prima ancora di mio zio Loris) a vedere come si curano i pazienti.
Il giustamente curioso professore, senza proferir altra parola, aprì la bocca come quando si vocalizza una “A”, a significare “Ah! Adesso capisco … come un neolaureato di fresco possa darmi risposte con tanta ampiezza e sicurezza!”. In quella sessione l’unico voto 60/60 fu il mio, di trenta colleghi che pur superarono tutti l’esame di Abilitazione alla Professione Odontoiatrica.

Odontoiatria col latte materno

Ho sopra scritto “Avevo succhiato Odontoiatria fin dal latte materno”. Non è una battuta tanto per dire. E’ la pura e semplice verità.

1° allattamento
La prima villa Ruffa era stata completata nel 1923, ma i tedeschi in ritirata precipitosa dopo lo sfondamento a Cassino (1944) la minarono e fecero saltare.
La seconda villa Ruffa nel 1951, avevo quindi un paio d’anni, era in costruzione. Aveva ancora attorno le impalcature di legno e ricordo che erano completati il piano rialzato e il primo piano. Stavano iniziando la costruzione del secondo piano. Ogni piano era un unico appartamento.
Vivevamo al primo piano. L’ala est era la casa abitativa, l’ala ovest lo studio dentistico di nonno Antonio Ruffa. Le due ali erano connesse da un unico lungo corridoio e non c’erano porte divisorie.
Una volta fui portato per la mano, probabilmente da mia madre Clelia, a trovare il nonno mentre stava curando i pazienti. Stavo per entrare nello studio in fondo a sinistra del corridoio. Il nonno mi vide e mi fece subito le feste allegre che si fanno solitamente di benvenuto a un piccolo nipotino. Ma certamente il nonno doveva continuare a curare il paziente seduto in poltrona. Mi condusse perciò nello stanzino accanto, adibito a piccolo laboratorio, ma era niente altro che un cucinino riattato: aveva un lavello di ceramica bianco, sotto al cui scolatoio c’era un tavolinetto assai basso che sorreggeva come un cassettone pieno scarti di modelli di gesso di denti, dai vari colori: gessi gialli, blu, rosa, bianchi. Erano alla mia altezza. Il nonno mi mise in mano uno di quegli scarti e il seghetto da gesso: mi fece prima vedere come si usava, e poi mi lasciò beato col compito di segarli. Io ci davo dentro di gusto, ma dopo un po’ mia madre dovette annoiarsi ad assistermi, sicché mi riportò via.
Mi sono sempre chiesto se quella “visita al nonno Antonio” non sia stata una sorta di imprinting che venticinque anni dopo mi riportò al mondo dei denti e alla professione odontoiatrica.

2° allattamento
Avrò avuto 7-8 anni. D’estate a Formia avevamo dopo cena la tradizione di giocare a “Sette e mezzo”, rigorosamente col mazzo di carte napoletane. Le puntate erano basse, ma si giocavano soldi veri (monete da 50 lire, puntata massima accettata per 100 lire). Non eravamo mai meno di una decina, tra zie, zii, consorti e nipoti. Spesso però, prima di iniziare il gioco con le carte, zio Lucio e zio Ugo “calavano” sul tavolo quadrato di marmo bianco, in terrazza sotto al glicine, delle piccole radiografie endorali. E si mettevano a discutere delle terapie fatte, dei successi, degli insuccessi, del valore dei mezzi usati, delle problematiche: insomma si scambiavano la reciproca esperienza professionale, cercando di ricavare il meglio da quanto avevano fatto. Li vedevo scrutare quelle piccole radiografie di denti, spesso scoppiare in risate allegre. A sette anni non capivo ovviamente nulla dei ragionamenti che facevano; ma mi arrivava un messaggio intuitivo che significava “Diavolo! Parlano di denti! E si divertono pure!!”. Ricordo d’aver preso in mano anch’io una di quelle piccole radiografie e di averle guardate, come facevano gli zii, contro luce. Vedevo ombre grigie, macchie nere, linee bianche; ma il tutto non mi diceva niente: mistero, eppure loro erano capaci di vederle, leggerle, capirle, interpretarle, costruirci un discorso. Restavo in silenzio affascinato. Forse, senza saperlo, mi abbeveravo.

Questo è il poco che conservo in memoria, ma chissà quante altre volte il mio inconscio è stato “immerso”.

GNATOLOGIA: Il primo amore non si scorda mai

Il prof Mario Martignoni, insegnamento di Protesi fissa al 2° anno del corso di laurea, ci aveva fatto innamorare della Gnatologia. Gnatos sono i mascellari (l’osso superiore e l’osso inferiore, quest’ultima detta più comunemente “mandibola”).
La Gnatologia è la materia che studia i rapporti occlusali tra denti inferiori e superiori, anche in relazione all’Articolazione Temporo-Mandibolare (=ATM); quest’ultima – posta immediatamente davanti all’orecchio – è la cerniera “cardanica” che permette alla mandibola di abbassarsi e rialzarsi, di avanzare e indietreggiare, di scorrere di lato a destra e a sinistra, da dentro a fuori e da fuori a dentro. Tutti movimenti che possiamo compiere durante la masticazione, ma anche durante le nostre espressioni mimiche mute o parlando, durante la respirazione, sia da fermi che camminando.
Mi gettai a capofitto nella professione apprendendo tantissimo dal mio Maestro Ugo Ruffa, per un periodo di trent’anni.
Ma la Gnatologia rimase a lungo un amore insoddisfatto. Non faceva parte della mia quotidianità professionale. Ritenuta dai più farraginosa e poco pratica, tuttora la Gnatologia (che cura pazienti con occlusione disfunzionale e disturbi delle ATM) è disciplina non universalmente seguita nella pratica professionale.
Molta della Gnatologia pensa sia indispensabile l’uso di articolatori speciali al fine di riprodurre, sui modelli di gesso del paziente, i movimenti dei denti inferiori (della mandibola) contro i denti superiori; ha la sua utilità, ma è solo una pallida imitazione meccanica dei reali movimenti compiuti dal paziente; per il semplice motivo che l’articolatore non ha il sistema nervoso del paziente considerato.
Mio zio Ugo – oltre 60 anni di professione sulle spalle – soleva dire ridendo che l’unico vero articolatore è … la bocca stessa del paziente! Cioè che lo studio clinico del paziente deve mantenere la preminenza su qualunque altra considerazione o esame strumentale si possa fare.
Il mio primo amore rifiorì nel 2003. Per circostanze che glisso, avvenne il mio incontro con la Gnatologia del prof Pedro Planas e mi iscrissi alla Associazione Italiana Pedro Planas, di cui poi sono stato anche presidente, prendendo contatto con colleghi entusiasti che prima di me avevano avuto la fortuna del felice incontro. Da allora la mia vita professionale si è profondamente arricchita, dandomi altre enormi soddisfazioni.

Un molaggio è vera prevenzione

Per dirla molto in breve, un molaggio è l’arte di ritoccare, di quel poco che occorre su ben individuati punti, i denti che lo richiedano, allo scopo di rendere coerente la forma dei denti con la funzione della masticazione. Molto spesso manca questa coerenza; e il paziente può essere disfunzionale anche senza neppure accorgersene (sul momento).
Questa mancanza di consapevolezza del paziente è dovuta alla bravura automatica del suo Sistema Nervoso, che evita scontri fra denti di sotto e denti di sopra, con dannosi effetti traumatici. Però questo è un superlavoro improprio di cui carichiamo il Sistema Nervoso, come una cambiale firmata in bianco, che prima o poi il paziente dovrà onorare con numerose e diverse possibili patologie. Infatti l’incoerenza della funzione a causa di una forma errata dei denti, con l’avanzare di stress di qualunque tipo, potrà manifestarsi causando danni e dolori, da lievi fino a gravi.

Veniamo alla lumaca.
Ho iniziato dal 2004 a eseguire i miei primi molaggi selettivi: molto piano, molto lentamente, con moltissimo studio, con grandissima leggerezza, e sottraendo spessori assai minimi di smalto del dente interessato.
È stata questa iniziale paura di sbagliare che mi ha regalato delle conoscenze e un’esperienza stupefacente. Che vorrei mettere a disposizione del maggior numero possibile di pazienti e di colleghi: per realizzare una nuova prevenzione, con la quale tutti possano anticipare bene la buona salute, mantenendola il più a lungo possibile; e con costi che alla fine sono inferiori.
Pedro Planas, il grande Genio, diceva: cominciare a controllare la bocca dai tre anni d’età e continuare a controllare per tutta la vita. Chi, come me, professa una Odontoiatria Funzionale sarà d’accordo.